Manifesto

OL3

Né indignati, né rassegnati

Questa generazione vive un periodo difficile: meno certezze rispetto ai genitori, una crisi che si trascina, il paese in affanno. Chi ha venti o trent’anni è cresciuto magari nel benessere, ma sembra non avere prospettive. Ecco allora che nascono rabbia e movimenti di protesta. Che fare?

Il 19 Agosto del 2000, la vita di molti è cambiata: «Tu non ti rassegnerai», ha detto Giovanni Paolo II. Lo ha detto all’oceano di giovani della spianata di Tor Vergata: «Voi non vi rassegnerete!». Ma lo ha detto guardando ciascuno negli occhi. Da allora nulla è più stato come prima. La rabbia che molti avevano nel cuore, per mille motivi personali, è diventata forza propulsiva. Desiderio di cambiare. L’indignazione è morta. Ed è risorta la voglia di costruire. Ci siamo buttati. Nel matrimonio e nella costruzione di progetti di vita stabili e fecondi. Nel volontariato, magari con esperienze in Africa o in Terrasanta, magari nell’Associazionismo o nei movimenti, o magari, per la maggior parte, semplicemente ed umilmente nella Chiesa di Roma e in Parrocchia.

Ma tutto questo è servizio al bene comune. Alla città, alla società civile. È cittadinanza attiva. È opera pubblica. Si tratta di un potenziale e di una risorsa che pur nascosta, costituisce la spina dorsale del paese. È ora che tutto ciò si assuma ulteriormente le proprie responsabilità. È ora di crescere e di fare un passo avanti. È ora di prendere su di sé la consapevolezza che la politica è l’ambito principale e più adeguato in cui tradurre questo impegno.

La politica? Sì. È il terreno che pare più sporco, in cui sembra impossibile fare del bene. Eppure è la «più alta forma di carità», diceva Paolo VI. Certo, bisogna rompere gli schemi. Occorre scompaginare la stagnazione. Mettere vino nuovo in otri nuovi. Impantanata e cieca dinanzi ad un’errata comprensione del paese reale, la nostra politica si mostra spesso solo arroccata sui suoi privilegi. O concentrata su futili litigi e battaglie ideologiche. Non vede il bene profondo che c’è in tantissime storie. Non è capace di valorizzarle. Non cerca la bellezza e la verità.

Questo momento di crisi sembra acuire tutti i problemi. Si tratta di una crisi economica, certo, ma ancora prima di una crisi di valori di riferimento e di modelli progettuali. Come ogni periodo critico, e secondo il significato originario del termine, la  crisi può essere occasione di riflessione. Sia per ripensare il nostro modello ideale, i nostri orizzonti, la direzione del nostro procedere personale e comunitario. Anche perché gli effetti reali e l’impatto economico della crisi devono probabilmente ancora arrivare nella loro pienezza. in Italia la crisi finanziaria nasce è collegata all’economia reale, alla debolezza della struttura economico-produttiva, alla bassa competitività delle imprese. E Roma in particolare l’impatto è stato ritardato: prima si comincia dall’industria, poi l’agricoltura, quindi il terziario.

D’altronde, nei momenti di crisi i cattolici si sono sempre fatti carico in prima linea delle difficoltà pubbliche dell’Italia. Spesso quasi non volendo, non sentendosi portati per un impegno che espone, che porta inevitabilmente a stare sotto i riflettori e ad affrontare dialettiche e polemiche anche sterili, a confrontarsi con interessi non sempre limpidi, a sottoporsi a logiche e dinamiche faticose non sempre sensate ed estranee a chi è stato educato alla semplicità.

Eppure, c’è tanta bellezza. Anzitutto, viviamo in una città e in un paese bellissimi. I più belli del mondo, senza dubbio. Questa bellezza è un valore, morale, sociale, ed anche economico. Questa bellezza riempie il cuore, inorgoglisce, costituisce un tessuto ed un’eredità che sono una ricchezza anche spirituale, e dunque un compito ed una chiamata a proseguire una storia importante. Ma costituisce anche una ricchezza non sfruttata adeguatamentené correttamente a livello economico. E su cui è indispensabile puntare. Sia la bellezza culturale, dei paesaggi plasmati dall’uomo, sia la bellezza paesaggistica e naturale.

E poi c’è una bellezza più grande. Quella delle persone. L’abnegazione delle famiglie, la vera testata d’angolo del paese e della città. Nonostante i profondi mutamenti economici e culturali che negli ultimi decenni hanno trasformato la società, le famiglie hanno fatto il proprio dovere. Chi in famiglia, con il latte, riceve anche la grammatica del vivere insieme, saprà poi declinarne le forme. Non esiste nella realtà dei fatti la spesso abusata ed equivocata distinzione tra “pubblico” e “privato”.  Così che tanti sono i ragazzi freschi, puliti, generosi, che hanno sete di ideali e di parole importanti sulla loro vita.

Ovviamente ciò non basta. La famiglia va, in tale compito di educazione “primaria”, sostenuta. Le scuole rimangono un punto di riferimento. Gli insegnanti, attivi spesso su una vera e propria frontiera, costruiscono ogni giorno il domani. Non manca la perseveranza di tanti lavoratori, che si sentono impegnati in un’opera che travalica il mero interesse economico del rapporto tra prestazione e salario: che sanno di contribuire, con la loro opera quotidiana, all’edificazione di una civiltà. Il sacrificio silenzioso di chi dona gratuitamente. Tra questi, tantissimi anziani, che suppliscono alle carenze dello Stato, ad esempio nelle famiglie, con un contributo non riconosciuto. Anche gli immigrati, che non sempre tutelati risultano decisivi per tantissimi servizi. Molti altri esempi si potrebbero citare. C’è un paese reale, che è quello che avanza seriamente. E un paese virtuale, da rotocalco e trasmissione scandalistica, che purtroppo spesso mostriamo anche all’estero.

Ognuno di noi ha la consapevolezza che sta dando un contributo, che sta facendo qualcosa di utile. Le energie e lo sforzo appaiono però strozzati. Urge allora accedere ai meccanismi in cui nascono gli intoppi. Oliare, permettere al motore di riprendere a marciare. Darsi da fare per non morire di burocrazia; ma senza gettare all’aria il tavolo. Rispettando le regole, con pazienza. Però con slancio. La vera rivoluzione non consiste nel rompere o nel distruggere, ma nell’immettere nella società e nella politica uno spirito nuovo, nelle forme di sempre.

Occorre spendersi laddove si decide. Occorre non avere timore. Non annacquare il vino. Mettere anzi il vino nuovo in otri nuovi. Occorre scompaginare la stagnazione. La crisi si vince con il coraggio. È giunto il momento di dare voce a chi si mette in gioco veramente. È giunto il momento di proporre pubblicamente il modello di chi non perde tempo a lamentarsi, arrestando sé e gli altri in una sterile indignazione. Di dire a tutti che si può reagire al male con il bene: e che questo può essere un vero e proprio programma politico. È giunto il momento di chi non si rassegna.

Costruire un “modello Roma” si può. Ripartire da Roma, per salvare il paese, si deve. Iniziando soprattutto da alcuni ambiti.

 

  1. I giovani

Per ripartire e costruire il futuro, non si può non puntare sui giovani: valorizzando le eccellenze, dando fiducia ma anche chiamando alla responsabilità, evitando le retoriche su bullismo, bamboccioni o sfigati.

È indispensabile costruire modelli che permettano l’accesso al lavoro, alla casa di proprietà, ad affitti sostenibili, a possibilità convincenti di previdenza. Non si tratta di avere tutto e subito. Ma di sbloccare un sistema

Si deve creare una solidarietà tra generazioni. Non è possibile che i ragazzi restino sulle spalle dei genitori fino a trenta o persino a quarant’anni. Chi ha avuto di più, deve dare di più, per i figli e per il domani

Prima ancora che politiche sociali ed economiche, occorre diffondere una cultura del coraggio e dell’impegno. Ai giovani non vanno offerti paracaduti o sicurezze, tra l’altro irrealizzabili. Vanno chiamati all’impegno, prima di tutto. A servire. E va offerto lo spazio per esprimere idee, potenzialità e talenti.

Va sostenuto e promosso chi ha assunto modelli solidi, su cui lo Stato e la collettività possono fare affidamento: le giovani famiglie, i giovani meritevoli nella scuola e nell’università, i giovani imprenditori. Va abbattuto definitivamente un sistema basato sulle caste, sul nepotismo, sui privilegi. Vanno ripensate radicalmente molte strutture, spesso ipocrite e inutilmente burocratiche, su cui si è basata la selezione: il concorso pubblico, ad esempio, troppo spesso incapace di produrre reale selezione e privilegiare il merito.

Va promosso l’accesso alla cultura ad un prezzo etico. C’era un primato morale e civile degli italiani, fondato sulla ricchezza di patrimonio che in questo pase non si può non respirare. Tutto questo è un indotto in quantificabile, ma immenso, in termini di eleganza, innovatività, creatività, storia, fondamenti di convivenza. Patrimonio e valore in tutti i sensi dei termini.

 

  1. Le famiglie

 

Il tanto invocato “quoziente famigliare” (o “fattore famiglia”) va finalmente realizzato senza indugio. A livello locale prima, a livello nazionale poi. È ora di investire su chi ha investito, con coraggio, sul futuro. Un paese senza figli, evidentemente, è un paese destinato a morire.

Perché ciò funzioni e si realizzi con successo, occorre ricalibrare le politiche sociali in politiche famigliari. La famiglia può essere il centro e l’asse portante di tanti interventi spesso inutilmente dispersi e disordinati.

Va promossa quindi anzitutto una mentalità favorevole alla famiglia. Dai locali pubblici agli affitti di case, dagli spettacoli allo stadio, dai ristoranti alle strade, chi si muove con i figli non può costituire un problema ma deve essere sostenuto ed incoraggiato.

Le famiglie stesse, inoltre, possono e devono essere messe in rete. Vanno promossi percorsi di formazione di mutuo aiuto. Soprattutto in questo periodo di crisi, si deve anzitutto valorizzarel’esistente, far emergere potenzialità, tramutare i problemi in soluzioni.

Vanno aiutate le giovani coppie a formare famiglia. Con sostegni economici e fiscali, ma soprattutto con una promozione culturale del valore della famiglia stessa. Con la creazione di modelli alternativi di servizi di accoglienza e accadimento della prima infanzia. Con il riconoscimento del ruolo dei nonni. Con la creazione di fondazioni appositamente dedicate e la promozione presso le banche di servizi innovativi. Con la promozione di politiche che concilino i tempi di casa e i tempi di lavoro.

Una vera politica della famiglia è anche una vera politica a favore delle donne. La difficoltà concreta fondamentale, ma ancora prima l’ansia e l’angoscia di tante giovani donne è proprio nel binomio tra figli e lavoro. Anche in questo caso, il problema può e deve diventare una soluzione. La peculiarità del genio femminile va sviluppata in tutti i suoi aspetti, senza che aspetti fondamentali della persona risultino mortificati.

 

 

  1. Le politiche sociali

 

E necessario anzitutto uscire dallo sterile binomio, figlio della distinzione tra destra e sinistra, tra individualismo ed assistenzialismo. Anche le politiche sociali possono diventare una risorsa ed una soluzione, prima che essere il semplice tamponamento di un problema. Una società in cui si sta producendo un divario sempre più ampio tra ricchi e poveri, e in cui gran parte del pianeta vive sotto la soglia di sopravvivenza e non ha diritti è inaccettabile. È una struttura di peccato da affrontare e scardinare.

Sono indispensabili tuttavia rivoluzioni di mentalità: si deve assumere il punto di vista che le associazioni sono al servizio degli assistiti; che la loro opera è decisiva, spesso, ma che non esistono diritti acquisiti. Le Associazioni esistono per servire e non per essere servite.

È necessario anche qui mettere in discussioni modelli datati ed inefficaci. Si può ad esempio pensare ad un arretramento dell’apparato pubblico da erogatore di servizi sociali a sostenitore di servizi sociali erogati dalle cosiddette « società intermedie »  tra pubblico e privato (terzo settore e non solo, anche famiglie e, perchè no ?, imprese). Si deve proporre una sussidiarietà orizzontale, che lasci liberi gli individui di scegliere il proprio modello educativo.

Occorre definire priorità e riorientare come detto le politiche anzitutto sulla famiglia, vero architrave del tessuto sociale. Occorre mettere in rete gli sforzi, coordinare le energie e non percepirsi, tra operatori diversi, come concorrenti, bensì come collaboratori ad una medesima finalità.

È ormai ora di una certificazione qualitativa, oggettiva e sicura, dei servizi sociali. A cui corrisponda un adeguato, certo, razionale e temporalmente affidabile riscontro in termini di finanziamenti e di pagamenti.

Si può pensare ad un coinvolgimento efficace e coordinato delle strutture religiose con le istituzioni pubbliche e l’associazionismo. Tutti operano infatti nella medesima direzione, ma marciano spesso in ordine sparso, con un insensato dispendio di energie.

Molteplici sono le forme possibili di coinvolgimento degli immigrati nella vita della città e del paese. Si tratta di una risorsa straordinaria, che non si può disperdere in termini di burocrazia dai lacci troppo stretti, né gestire con sterile demagogia. Il risparmio che può derivare da un serio impegno su questo fronte, anche in termini di cosiddette politiche sulla sicurezza è sotto gli occhi di tutti. Come non pensare anche qui a forme di sussidiarietà, in cui le comunità di immigrati siano le prime auto-organizzatrici e controllore di se stesse?

 

 

  1. L’ambiente

 

Evidente è come la crisi economica sia legata a più livelli anche ad una crisi nel modello di sfruttamento delle risorse. Si può osare anche qui una rivoluzione di mentalità anzitutto negli stili di vita, da sostenere con adeguate politiche. Si tratta, pure in questo caso, di una questione decisiva ed ineludibile per il futuro. La sostenibilità nell’utilizzo di tutte le risorse che abbiamo a disposizione non è un concetto astratto, ma un criterio che può essere applicato e realizzato.

Come sempre, si deve partire dal basso: promuovendo un uso razionale dell’energia e dell’acqua. Evitando gli sprechi, nelle case e negli uffici. Insegnando il rispetto delle risorse, anzitutto della carta. Diffondendo la raccolta differenziata. Prevenendo situazioni di emergenza come il caso di Napoli.

Una valorizzazione del patrimonio paesaggistico  e naturalepuò, anche in questo caso, costituire un volano positivo in termini di crescita culturale, morale ed anche economica. Si tratta di una ricchezza ancora poco conosciuta, e soprattutto sfruttata male ed in termini più distruttivi che costruttivi.

Si può promuovere una cogestione del patrimonio assieme alle scuole, ai gruppi e alle associazioni di giovani, ma anche agli immigrati, nonché la creazione di percorsi educativi e formativi rivolti in modo particolare alle famiglie

Roma rappresenta il Comune agricolo più grande d’Europa. Sono possibili forme innovative per una promozione della cultura e della sapienza e della conoscenzache sottende a questo ambito, oltre che del patrimonio enogastronomico, del consumo responsabile e consapevole, della salute legata al cibo.

 

 

 

  1. Il turismo

 

Assieme alla famiglia, si tratta dell’unica vera materia prima della nostra città e del nostro paese, o comunque di una realtà sfruttabile potenzialmente molto di più di quanto è stato fatto sinora.

Il turismo deriva dall’immenso patrimonio culturale di cui siamo dotati. È necessario riappropriarsene anzitutto in questi termini, ossia di consapevolezza, di apprezzamento, di studio. Occorre promuovere un consumo consapevole e non banale della cultura che possediamo.  Roma Capitale non è paragonabile a nessuna altra città al mondo per risorse e potenzialità turistiche. Eppure la permanenza media dei turisti non appare proporzionale alla quantità e qualità di attrazioni.

Tutto ciò si può fare con la collaborazione delle scuole. Si devono coinvolgere i giovani, in forme diverse, nella gestione dei musei e delle biblioteche, nella conservazione e nella valorizzazione del patrimonio, incentivando la loro passione, il loro interesse, il loro senso di responsabilità

A Roma Capitale si può anzitutto creare un marchio unico, che sia certificazione di qualità, modello certo di riconoscibilità, anche rispetto all’estero o alle altre città, funzioni da coordinamento dell’offerta culturale troppo variegata e dispersa, così come dell’accoglienza turistica, sovente priva di regole certe e chiare

Si può quindi procedere ad accordi con gli albergatori per un effettivo pagamento della tassa di soggiorno; al censimento e alla valorizzazione dei B&B; alla creazione di applicazioni univoche ed in varie lingue; a percorsi innovativi della città con valorizzazione della cucina; alla realizzazione di un brand dei prodotti tipici romani; alla razionalizzazione dei tour con bus a due piani; ad una pianificazioneturistica seria con i paesi turisticamente emergenti, come Cina ed India.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • StumbleUpon
  • Facebook
  • Twitter
  • Print
  • PDF

!twitter

#temiOl3

  • 10527621_319450061513206_8925441035976221652_nQualcosa è cambiato. No, non al Governo, perché cambiano le persone, ma la tendenza a fare troppi provvedimenti spot è sempre la stessa (a che servono, tanto per dirne una, 1000 asili nuovi se non si fanno figli e se chi ce li ha è vessato dalle tasse?). No, non in Parlamento, perché “fatta la legge, trovato l’inganno” e ormai decidono più i giudici degli onorevoli (anzi, forse questa potrebbe essere una novità, ma no, è già cosa vecchia). Insomma, qualcosa è cambiato intendevamo qui, tra noi, a #OL3.

    Dopo il lungo tour, faticoso ma entusiasmante, che ha coinvolto oltre 40 parrocchie romane, abbiamo raccolto moltissime adesioni per la 3 giorni di formazione con persone da varie parti d’Italia (dalla Lombardia alla Sicilia, passando per le Marche), che porteranno i nostri contenuti nei loro territori, appassionando,anzi, "immischiando" a loro volta, altri amici.

facebook

Foto Gallery

cg1_0151 cg1_0189 cg1_0731 cg1_0778 cg1_0979 CG1_8837 CG1_9168 cg2_4017 cg2_4079 cg2_4148 cg1_8590 cg1_6034